Bendessere

Di 4 ottobre, 2017 Blog

Pratico Antiginnastica dal 2005 www.antiginnastica.com seguito dalla competenza e dall’affetto di Nicoletta Negri www.nicolettanegri.it.
Ho cominciato a causa di una protrusione discale ma ben presto ho esperito che si trattava di un’occasione extra-ordinaria.

È stata e continua ad essere una delle esperienze formative più significative della mia vita (e ne ho fatte eh?) non solo per il mio corpo e il mio benessere psicofisico, il mio bendessere come lo chiamiamo noi in evolve citando Eugenio Borgna, ma anche per la mia attività professionale.
Mi hanno insegnato di più queste ore di autoascolto che moltissimi dei libri che ho letto o molte delle persone che ho ascoltato cianciare di soft skill e di sviluppo personale.

Mi accorgo durante il lavoro che i movimenti che faccio (non chiamateli esercizi…) rinviano ad altro, sono metafore e/o emblemi del mio modo di stare al mondo.
Nel durante ho degli insight, qualche volta sono riuscito a razionalizzarli e ad importarli nella mia attività di formatore ma non mi sono mai preoccupato di dare una forma, di riportarli.

Sarebbe carino fissare ogni volta alcuni punti sui quali riflettere e lavorare ma non so se ho voglia di forzarmi a prendermi un impegno del genere, certo la mia natura mi porterebbe a farlo e per questo considero inconsueta e preziosa, per me, questa ipotesi di “disimpegno”.

Comunque, oggi, martedì 3/10/17, mi pare di aver messo a fuoco queste 3 cose, per me importanti.

non è necessario che io implichi il tutto quando lavoro su una parte
Mi accorgo che quando lavoro su una parte del sistema (in questo caso del corpo) tutte le altre parti intervengono e non solo perché appartenenti al sistema e connesse da relazioni strutturali e ineliminabili ma anche perché abituate a intervenire, commissariare, contribuire, vicariare…
Tipicamente sono i muscoli ad essere iperpresenti: leggo e mi accorgo di avere la mascella contratta, guardo la televisione e ho le spalle rigide, sono concentrato e ho il respiro bloccato…
Piccoli esempi che mi fanno pensare che alcune parti di me sono sempre “in servizio”, non sanno riposarsi, non sanno lasciare che altro accada senza essere anch’esse impegnate.
Poi si lamentano ma intanto non riescono a staccare, a mollare…

rapporto fra velocità e qualità
Oggi stavamo facendo un movimento e facendolo lentamente ogni “parte” del movimento riusciva come si deve e il cervello aveva il tempo di gestire tutto ciò che il corpo doveva fare.
Velocizzando il movimento la qualità è andata a farsi benedire, con la fretta viene qualcosa, viene quel che viene, viene ciò che vuole, non ciò che voglio io, non ciò che mi serve.
Questa è una cosa che sto sperimentando fortemente in questi ultimi anni: mi serve tempo per fare le cose bene e non mi va di fare le cose raffazzonate.
Nella velocità non c’è amore, non c’è passione.
Non c’è rispetto per me, né per le Persone a cui va il mio output, né per gli oggetti che gestisco.
Nella velocità c’è solo squallida efficienza e un rapporto col tempo che mi sembra sempre più malato.
Se vuoi una cosa qualunque trova chi è disposta a dartela, ne troverai una cifra.
Se vuoi una cosa fatta bene non puoi prescindere dal tempo necessario per farla.
Decidi cosa conta di più: la fretta o la qualità, “non puoi servire a Dio e a Mammona”

rispettare il fenomeno
Di fronte ad un accadimento le Persone tendono a esprimere un giudizio, a mettere in relazione sé e il fatto, partendo dal senso che il fatto ha per loro e da ciò che pensano delle Persone implicate.
Gli sembra giusto o sbagliato prima ancora di aver capito cos’è e compreso perché.
Chiamano “insensato” qualcosa di cui gli sfugge il senso, se non lo vedono dicono che non esiste.

Impariamo a rispettare il fenomeno, l’accadimento, a rispettare chi lo vive e come lo vive. Anche quando capita a noi stessi.

Non giudicare ma chiedersi il perché/il senso è un buon modo per aprirsi al mondo anziché rimirarne la fotocopia sgualcita che abbiamo nella nostra tasca.

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