Qualunque organizzazione nasce per raggiungere uno scopo, altrimenti non ha senso.
E ogni Persona deve contribuire al raggiungimento dell’obiettivo comune, attraverso il raggiungimento del proprio.
Non ottenerlo è il “peccato” più grave che si può commettere nell’organizzazione.

Il perdono è spesso visto come un’azione “buonista” che dice al peccatore: “Va beh, ti perdono, fa niente…”.
Se è così, come possiamo pensare anche solo di parlarne in un luogo che non può rinunciare al risultato?
Il “perdonismo” (perdono + buonismo) fa saltare la logica organizzativa.

Ma se pensiamo che il contrario del “perdonismo” sia la giusta condanna e la conseguente pena… allora dobbiamo fare i conti con le conseguenze di questo modello.
Dove c’è solo condanna e pena, c’è giudizio definitivo, c’è l’etichetta indelebile sulla Persona, considerata un tutt’uno col suo errore.
Quale fiducia viene accreditata dalla nostra società ad un ex carcerato, un ex tossico, un ex protestato?
Più banalmente, cosa si pensa in azienda di un venditore che per 2 anni consecutivi non fa il budget? E di un candidato che è stato licenziato da un’azienda in passato?
È chiaro, ci serve una “3a via”.
Perdonismo e giustizialismo mettono la parola “fine” laddove servirebbe un “e adesso cosa facciamo?”.

Ma serve alle organizzazioni incrementare la possibilità di ottenere i risultati e contemporaneamente costruire fiducia?
Servono alle Persone luoghi lavorativi pieni di senso?
Secondo noi sì, e per farlo serve praticare il perdono.

PERDONO è realizzato:

  • nella versione “ad hoc”
  • e anche nella versione “individuale”

Sul tema PERDONO abbiamo realizzato una ricerca.

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