Tranquilli, non si parla di calcio…

Di 7 febbraio, 2018 Blog

Non voglio parlare di Inter, mi è chiara la differenza fra Facebook e LinkedIn, solo che alcune dinamiche diventano più chiare se il contesto nel quale avvengono è (almeno apparentemente) noto o se si è, in qualche modo, coinvolti: in questo caso nel ruolo di tifosi.

Le organizzazioni comunicano quando vogliono, non necessariamente quando serve a chi deve ascoltare. Dicono quello che si sentono di dire, non necessariamente quello che è utile a chi deve comprendere. Non fanno un esercizio di alterità e di empatia ma agiscono sulla base dei loro bisogni, principalmente delle loro paure.

È naturale? Sì. È efficace? Nemmeno un po’.

Per quella che è la mia esperienza (nonostante 35 anni di lavoro, estremamente limitata e soggettiva) le organizzazioni faticano a comunicare soprattutto quando le cose non vanno bene (spesso i risultati) e in questi ultimi anni purtroppo è successo tante volte…

Non mi riferisco necessariamente alla comunicazione esterna, mi riferisco alla comunicazione interna, fatta alle Persone che ci lavorano e non penso solo alla comunicazione del “boss” urbi et orbi ma proprio alle singole comunicazioni “Persona-Persona” a partire da quella istituzionalmente più elementare e fondativa: quella capo-collaboratore.

Sembra che le organizzazioni immaginino le Persone come aggregati di infanti dal QI bassissimo, non in grado di capire, oppure ipotizzino bande di guerrieri della notte che accuseranno il management di essere responsabile della disfatta e lo faranno a pezzi in stile splatter.

La prima cosa che salta normalmente è il sistema valutativo.

Complice l’aver trasformato un legame in una correlazione diretta – parlo del rapporto fra valutazione delle prestazioni e sistema premiante – i capi dicono: «Cosa valuto a fare se poi non ho niente da dare?» e il collaboratore che dice: «Mi fa piacere che tu sia contento di me ma concretamente cosa differenzia me dal mio collega lavativo?».

Per evitare di trovare delle risposte a questa legittime domande non si dice come stanno le cose e a parte «Bambole, non c’è una lira!» poco altro.

Non si spiega perché, non ci si sforza di far comprendere, non si ha fiducia in una comprensione, si teme il conflitto immaginando che faccia rima con scontro e ci si scorda del 1° obiettivo del sistema valutativo che è lo sviluppo della singola prestazione e conseguentemente di quella complessiva.

Si deve migliorare sempre ma a maggior ragione quando le cose non vanno bene, eppure proprio in questi momenti ci si rintana anziché spartire, socializzare, coinvolgere.

Sarà deformazione professionale ma quando qualche mattina fa ho letto l’editoriale di Alessandro Cavasinni sul sito http://www.fcinternews.it ho pensato subito al collegamento con quanto vedo professionalmente da molti anni nelle organizzazioni.

Gli ho scritto chiedendogli il permesso di segnalare il suo articolo, cosa che gentilmente mi ha concesso poche ore dopo e che vi invito a leggere, indipendentemente dal fatto che tifiate o meno per qualche squadra.
Se siete interisti come me soffrirete un po’ di più ma si sa che noi siamo portati… Amala!

http://www.fcinternews.it/editoriale/la-miopia-di-suning-268921

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